La rabbia non è il problema: è un messaggio che chiede ascolto
La rabbia è una di quelle emozioni che tutti diciamo di non provare. Quando siamo sereni,
quando le cose scorrono bene, quando nulla ci punge… siamo certi di non avere alcuna
rabbia dentro. La sentiamo lontana, estranea, quasi impossibile.
Eppure non se ne va.
Rimane. Silenziosa, addormentata, come un seme sotto la terra d’inverno.
Poi basta un gesto, una telefonata, una parola detta con un tono familiare… e quella rabbia
riemerge, improvvisa. Non come un’emozione nuova, ma come qualcosa che riconosciamo.
Non ci stiamo arrabbiando davvero per quella cosa lì: ci stiamo arrabbiando di nuovo, sulla
scia di qualcosa che è accaduto molto tempo fa.
Ogni volta che viviamo una situazione carica di rabbia, una ferita, un’ingiustizia, un
tradimento, una mancanza il nostro corpo e la nostra memoria creano un binario. Un
collegamento invisibile tra quello che è successo e tutto ciò che gli somiglia.
È per questo che a volte reagiamo con una rabbia più grande del presente: perché non
stiamo rispondendo solo all’oggi, ma anche a ciò che è successo ieri.
La rabbia non esplode dal nulla. Viene chiamata.
E risponde.
Molti di noi sono cresciuti con un messaggio preciso: “Non essere arrabbiato.” “La rabbia è
brutta.” “Le brave persone non si arrabbiano.”
Così la rabbia è diventata un’emozione da nascondere, da soffocare, da negare. Una
macchia da non far vedere.
E quando la reprimiamo per anni, diventa ancora più silenziosa… ma non sparisce.
Si incastra nelle parole che non abbiamo detto, nei limiti che non abbiamo messo, nei
confronti che abbiamo evitato.
E rimane lì, sotto la superficie, pronta a riemergere quando una situazione la ricorda.
La rabbia non è cattiva: è un segnale.
C’è un aspetto della rabbia che quasi nessuno ci ha spiegato: è creatività allo stato puro.
Dentro ogni scatto, ogni bruciore, ogni tensione c’è un’energia potentissima che vuole
muoversi.
Non è solo protesta: è impulso, movimento, scintilla.
È la forza che ci dice: “Qui c’è qualcosa che può cambiare. Qui puoi creare qualcosa di
nuovo.”
Se riusciamo a non incanalarla come distruzione, ma come espressione, la rabbia diventa
un motore incredibile.
È la stessa energia che muove un artista a trasformare un’emozione in colore, uno scrittore
a trasformarla in parola, un essere umano a trasformarla in scelta, in confine, in direzione.
La rabbia non vuole farci esplodere: vuole farci creare.
E quando capiamo questo, possiamo attraversarla senza esserne travolti: possiamo darle
una forma, una voce, un gesto, un cambiamento. Possiamo farla fluire, invece di farla
scoppiare.
La rabbia è un’energia grezza.
La creatività è la sua forma più nobile.
La rabbia non è un difetto.
Non è la prova che siamo persone peggiori.
La rabbia è una messaggera.
Indica ciò che ci ha ferito, ciò che non è stato rispettato, ciò che abbiamo ingoiato per troppo
tempo.
È un allarme, non un mostro.
Il problema non è la rabbia: è che non ascoltiamo ciò che vuole dirci.
A volte crediamo che stiamo reagendo all’oggi, ma in realtà è la nostra storia che sta
parlando attraverso di noi.
La rabbia non nasce dalla situazione di adesso, ma dalla memoria che quella situazione
somiglia a qualcosa che brucia ancora.
Un tono che richiama quello di chi ci ha feriti.
Un silenzio che somiglia all’indifferenza di allora.
Una porta che si chiude con lo stesso suono di quella che ci ha esclusi. Un gesto che
risveglia l’antico senso di ingiustizia.
Non è solo l’oggi a farci arrabbiare.
È il passato che ha trovato un varco.
Non dobbiamo combatterla, né reprimerla, né vergognarcene, dobbiamo solo riconoscerla.
Chiederle cosa sta cercando di proteggerci. Capire quale vecchia ferita ci sta mostrando.
Vederla come parte del nostro radicamento, non come qualcosa da estirpare.
Perché quando la rabbia viene vista, si calma. Quando viene ascoltata, si scioglie.E quando
la leggiamo davvero, scopriamo che sotto c’era dolore e sotto il dolore c’era un bisogno.
Ed è lì che inizia la guarigione.
La rabbia non è nemica del nostro essere “brave persone”.
È nemica della menzogna che dobbiamo essere perfetti.
È la nostra parte più coraggiosa, quella che dice: “Qui c’è qualcosa che ti ha fatto male.
Guardalo. Non ignorarlo.”
La rabbia non ci allontana dal nostro centro: ci riporta lì.
Ci invita a conoscere ciò che ancora chiede cura. Ci mostra i confini che non abbiamo mai
messo. Ci spinge verso il rispetto di noi stessi.
Quando impariamo a leggerla, la rabbia non distrugge, ma libera.
La rabbia è una porta che spesso cerchiamo di tenere chiusa per paura di ciò che potremmo
trovarci dietro.
E quando finalmente la apriamo, scopriamo che non c’è un mostro: c’è un fuoco che chiede di essere visto, compreso e trasformato.
La rabbia che riconosciamo diventa forza, quella che ascoltiamo diventa direzione, quella
che accogliamo diventa creatività.
E allora non siamo più persone che trattengono o esplodono, ma persone che trasmutano.
Come gli alberi che trasformano la tempesta in anelli di crescita, anche noi possiamo trasformare la rabbia in radici più forti e in rami più coraggiosi.
Perché la rabbia, quando trova spazio, non brucia, ma illumina.
quando le cose scorrono bene, quando nulla ci punge… siamo certi di non avere alcuna
rabbia dentro. La sentiamo lontana, estranea, quasi impossibile.
Eppure non se ne va.
Rimane. Silenziosa, addormentata, come un seme sotto la terra d’inverno.
Poi basta un gesto, una telefonata, una parola detta con un tono familiare… e quella rabbia
riemerge, improvvisa. Non come un’emozione nuova, ma come qualcosa che riconosciamo.
Non ci stiamo arrabbiando davvero per quella cosa lì: ci stiamo arrabbiando di nuovo, sulla
scia di qualcosa che è accaduto molto tempo fa.
Ogni volta che viviamo una situazione carica di rabbia, una ferita, un’ingiustizia, un
tradimento, una mancanza il nostro corpo e la nostra memoria creano un binario. Un
collegamento invisibile tra quello che è successo e tutto ciò che gli somiglia.
È per questo che a volte reagiamo con una rabbia più grande del presente: perché non
stiamo rispondendo solo all’oggi, ma anche a ciò che è successo ieri.
La rabbia non esplode dal nulla. Viene chiamata.
E risponde.
Molti di noi sono cresciuti con un messaggio preciso: “Non essere arrabbiato.” “La rabbia è
brutta.” “Le brave persone non si arrabbiano.”
Così la rabbia è diventata un’emozione da nascondere, da soffocare, da negare. Una
macchia da non far vedere.
E quando la reprimiamo per anni, diventa ancora più silenziosa… ma non sparisce.
Si incastra nelle parole che non abbiamo detto, nei limiti che non abbiamo messo, nei
confronti che abbiamo evitato.
E rimane lì, sotto la superficie, pronta a riemergere quando una situazione la ricorda.
La rabbia non è cattiva: è un segnale.
C’è un aspetto della rabbia che quasi nessuno ci ha spiegato: è creatività allo stato puro.
Dentro ogni scatto, ogni bruciore, ogni tensione c’è un’energia potentissima che vuole
muoversi.
Non è solo protesta: è impulso, movimento, scintilla.
È la forza che ci dice: “Qui c’è qualcosa che può cambiare. Qui puoi creare qualcosa di
nuovo.”
Se riusciamo a non incanalarla come distruzione, ma come espressione, la rabbia diventa
un motore incredibile.
È la stessa energia che muove un artista a trasformare un’emozione in colore, uno scrittore
a trasformarla in parola, un essere umano a trasformarla in scelta, in confine, in direzione.
La rabbia non vuole farci esplodere: vuole farci creare.
E quando capiamo questo, possiamo attraversarla senza esserne travolti: possiamo darle
una forma, una voce, un gesto, un cambiamento. Possiamo farla fluire, invece di farla
scoppiare.
La rabbia è un’energia grezza.
La creatività è la sua forma più nobile.
La rabbia non è un difetto.
Non è la prova che siamo persone peggiori.
La rabbia è una messaggera.
Indica ciò che ci ha ferito, ciò che non è stato rispettato, ciò che abbiamo ingoiato per troppo
tempo.
È un allarme, non un mostro.
Il problema non è la rabbia: è che non ascoltiamo ciò che vuole dirci.
A volte crediamo che stiamo reagendo all’oggi, ma in realtà è la nostra storia che sta
parlando attraverso di noi.
La rabbia non nasce dalla situazione di adesso, ma dalla memoria che quella situazione
somiglia a qualcosa che brucia ancora.
Un tono che richiama quello di chi ci ha feriti.
Un silenzio che somiglia all’indifferenza di allora.
Una porta che si chiude con lo stesso suono di quella che ci ha esclusi. Un gesto che
risveglia l’antico senso di ingiustizia.
Non è solo l’oggi a farci arrabbiare.
È il passato che ha trovato un varco.
Non dobbiamo combatterla, né reprimerla, né vergognarcene, dobbiamo solo riconoscerla.
Chiederle cosa sta cercando di proteggerci. Capire quale vecchia ferita ci sta mostrando.
Vederla come parte del nostro radicamento, non come qualcosa da estirpare.
Perché quando la rabbia viene vista, si calma. Quando viene ascoltata, si scioglie.E quando
la leggiamo davvero, scopriamo che sotto c’era dolore e sotto il dolore c’era un bisogno.
Ed è lì che inizia la guarigione.
La rabbia non è nemica del nostro essere “brave persone”.
È nemica della menzogna che dobbiamo essere perfetti.
È la nostra parte più coraggiosa, quella che dice: “Qui c’è qualcosa che ti ha fatto male.
Guardalo. Non ignorarlo.”
La rabbia non ci allontana dal nostro centro: ci riporta lì.
Ci invita a conoscere ciò che ancora chiede cura. Ci mostra i confini che non abbiamo mai
messo. Ci spinge verso il rispetto di noi stessi.
Quando impariamo a leggerla, la rabbia non distrugge, ma libera.
La rabbia è una porta che spesso cerchiamo di tenere chiusa per paura di ciò che potremmo
trovarci dietro.
E quando finalmente la apriamo, scopriamo che non c’è un mostro: c’è un fuoco che chiede di essere visto, compreso e trasformato.
La rabbia che riconosciamo diventa forza, quella che ascoltiamo diventa direzione, quella
che accogliamo diventa creatività.
E allora non siamo più persone che trattengono o esplodono, ma persone che trasmutano.
Come gli alberi che trasformano la tempesta in anelli di crescita, anche noi possiamo trasformare la rabbia in radici più forti e in rami più coraggiosi.
Perché la rabbia, quando trova spazio, non brucia, ma illumina.
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